L’intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana di milioni di persone, ma non tutti la utilizzano nello stesso modo.
Giovani, adulti e over 50 si avvicinano agli strumenti basati su AI con obiettivi molto diversi: c’è chi li usa per studiare, chi per lavorare e chi semplicemente per semplificare alcune attività quotidiane. Le ricerche più recenti mostrano infatti che il rapporto con l’intelligenza artificiale cambia profondamente da una generazione all’altra, spesso smentendo alcuni stereotipi diffusi.
Il mito dei giovani “esperti di AI”
Quando si parla di nuove tecnologie, si tende a pensare che la Generazione Z sia automaticamente più preparata rispetto alle generazioni precedenti. L’idea diffusa è che i ventenni conoscano perfettamente gli strumenti digitali e possano persino insegnare agli adulti come usarli.
La realtà è più complessa. In diversi contesti universitari, ad esempio, non è raro scoprire che molti studenti hanno difficoltà anche con operazioni digitali di base, come allegare correttamente un documento a una mail. Questo non significa che non utilizzino la tecnologia, ma piuttosto che la utilizzano in modo diverso da come ci si aspetterebbe.
Secondo Sam Altman, CEO di OpenAI, le generazioni più adulte tendono a usare l’AI come alternativa a Google, mentre i giovani tra i 20 e i 30 anni la utilizzano come una sorta di consulente personale o come un sistema operativo per studiare, organizzare le attività o elaborare idee.
Quanto usano davvero l’AI i giovani
Un’indagine condotta da Gallup e dalla Walton Family Foundation, realizzata su un campione di circa 2.500 giovani adulti statunitensi tra i 18 e i 28 anni, mostra come il rapporto con l’AI sia molto più pragmatico di quanto spesso raccontato.
Circa il 74% dei giovani adulti negli Stati Uniti ha utilizzato un chatbot AI almeno una volta nell’ultimo mese. Si tratta di una crescita significativa rispetto al 2025, quando oltre la metà degli intervistati dichiarava di non aver mai utilizzato strumenti come ChatGPT.
Nonostante questa diffusione, molti giovani mantengono un atteggiamento ambivalente. L’AI viene utilizzata spesso per semplificare alcune attività, ma allo stesso tempo cresce la preoccupazione per i suoi effetti a lungo termine sulle capacità cognitive.
Le paure della Generazione Z
Il sondaggio rivela una certa diffidenza nei confronti dell’intelligenza artificiale. Ben il 79% dei giovani adulti teme che l’AI possa rendere le persone più pigre, mentre il 62% ritiene che un uso eccessivo possa ridurre la capacità di pensare in modo autonomo.
Tra le preoccupazioni più citate emerge anche il tema della disinformazione e delle cosiddette “allucinazioni” dei sistemi AI. Circa il 15% degli intervistati ha espresso dubbi sulla qualità delle informazioni prodotte dai chatbot.
Molti giovani temono inoltre che affidare troppe attività cognitive agli strumenti automatici possa limitare lo sviluppo delle proprie competenze. Il rischio percepito è quello di ottenere risultati più rapidi oggi, ma di perdere capacità importanti nel lungo periodo.
Differenze tra generazioni
Le modalità di utilizzo cambiano molto con l’età. La Generazione Z utilizza l’intelligenza artificiale soprattutto per lo studio e l’apprendimento. Circa il 61% dei giovani usa questi strumenti per attività scolastiche o universitarie.
Le generazioni più adulte invece mostrano un approccio diverso. I Millennials e la Generazione X utilizzano l’AI soprattutto per attività professionali o per migliorare l’efficienza sul lavoro.
Tra i Millennials emerge anche un utilizzo più personale della tecnologia: circa il 23% utilizza strumenti di intelligenza artificiale per supporto emotivo o benessere mentale. Tra i Baby Boomer, invece, questa percentuale scende all’8%.
Il rischio del “debito cognitivo”
Alcuni studi iniziano a interrogarsi sugli effetti cognitivi dell’uso intensivo dell’intelligenza artificiale. Una ricerca del MIT Media Lab, condotta su studenti universitari, ha suggerito l’esistenza di un possibile “debito cognitivo”.
Nell’esperimento, alcuni studenti hanno scritto un saggio utilizzando l’AI, altri con il supporto di Google e altri ancora senza strumenti digitali. Le analisi dell’attività cerebrale hanno mostrato una minore attivazione cognitiva nei partecipanti che utilizzavano sistemi di intelligenza artificiale.
Anche se il campione dello studio era limitato, il risultato ha riacceso il dibattito su come queste tecnologie possano influenzare il modo in cui pensiamo e impariamo.
Verso una “generazione AI”
Le differenze generazionali potrebbero comunque ridursi nei prossimi anni. Secondo le previsioni di Deloitte, entro il 2026 l’utilizzo dell’intelligenza artificiale crescerà soprattutto grazie alla sua integrazione nelle applicazioni che utilizziamo ogni giorno.
In pratica molte persone useranno l’AI senza accorgersene, perché sarà incorporata in strumenti di ricerca, software di produttività, app e servizi digitali. L’uso “passivo” dell’AI potrebbe quindi superare quello diretto tramite chatbot o applicazioni dedicate.
Secondo Deloitte, entro il 2027 circa il 40% degli utenti utilizzerà ogni giorno funzioni di ricerca con riepiloghi generati dall’intelligenza artificiale. Questo scenario potrebbe portare alla nascita di una vera e propria “generazione AI”, in cui l’intelligenza artificiale diventa uno strumento quotidiano per tutte le fasce di età.








