Il calcio e chi ama questo sport ha un nodo alla gola da qualche ora: Amy Carr, portiere che aveva vestito le maglie di club storici come Arsenal, Chelsea e Reading, è morta all’età di 35 anni dopo una battaglia lunghissima contro un tumore al cervello che l’aveva costretta ad abbandonare i campi molti anni prima.
Quello che ferisce di più, oltre all’età apparentemente giovane, è la storia intera di una donna che aveva trasformato il calcio nella sua vita e poi, davanti all’ombra spaventosa della malattia, aveva cercato di restituire quanto la vita le aveva tolto. Carr, infatti, aveva scoperto la presenza di un tumore cerebrale già nel 2015, quando era ancora una giocatrice in attività, e da lì la sua esistenza era cambiata, segnando una lotta quotidiana tra ospedali, terapie, speranze e delusioni.
Amy Carr, una storia di sport e resistenza
Chi l’ha vista giocare la ricorda per il carattere e la professionalità tra i pali, mentalità forgiate nelle giovanili nazionali inglesi e poi confermate con le esperienze nelle squadre di club. Ma poi, fuori dal campo, la vita vera ha bussato con violenza: nonostante l’intervento chirurgico, anni di radioterapia e chemioterapia la malattia non le ha mai dato pace. Nel 2024, proprio quando sembrava che una tregua potesse arrivare, è stato diagnosticato un secondo tumore al cervello, più aggressivo e inesorabile, con una prognosi che ha spinto Amy e chi le stava vicino a vivere ogni attimo come se fosse prezioso.
In quell’anno, tuttavia, Amy aveva fatto qualcosa per molti è difficile da comprendere fino in fondo: con le sue forze aveva completato la Maratona di Dublino, correndo non per un risultato sportivo ma per raccogliere fondi e aumentare la consapevolezza sulla ricerca contro i tumori cerebrali. La cifra raccolta superava le 28000 sterline, frutto di un impegno personale e di un desiderio di usare la propria esperienza per aiutare altri nella medesima situazione.
I messaggi di cordoglio non si sono fatti attendere: le organizzazioni per cui aveva corso, i club che l’avevano accolta da giovane promessa e tante persone comuni hanno espresso dolore e gratitudine per ciò che Amy aveva rappresentato, non solo come atleta ma come persona che non ha mai smesso di provare a dare un senso alle difficoltà che la vita le aveva imposto.








