Paghi di più, ma l’acqua continua a disperdersi prima ancora di arrivare a casa. È questa la sensazione che resta guardando i numeri aggiornati sulla spesa idrica in Abruzzo.
Il quadro che emerge dal rapporto di Cittadinanzattiva non è nuovo, ma stavolta i numeri sono più difficili da ignorare. I costi salgono, e allo stesso tempo una parte enorme della risorsa si disperde lungo la rete.
Quanto si paga davvero (e perché pesa di più)
Nel 2025 una famiglia abruzzese ha speso in media 533 euro l’anno per l’acqua, con un aumento del +10,7% rispetto al 2024. Non è solo una crescita, è una delle più alte in Italia.
Il dato colpisce perché supera anche la media nazionale, che si ferma a 528 euro, con aumenti più contenuti. Qui invece il rincaro corre più veloce.
Tradotto nella vita quotidiana, significa una bolletta che pesa sempre di più, soprattutto per chi ha già altre spese in aumento. E non è solo una questione di cifra finale, ma di ritmo con cui cresce.
Le differenze dentro la regione
Non tutte le province pagano allo stesso modo. Anzi, il divario è evidente.
A guidare la classifica è L’Aquila, dove la spesa arriva a 642 euro l’anno, con un aumento vicino al 12%. Poi ci sono Pescara e Chieti, entrambe attorno ai 506 euro, mentre Teramo resta sotto i 500, fermandosi a 479 euro, pur con un incremento simile agli altri territori.
Questo significa che, a pochi chilometri di distanza, si possono pagare anche oltre 150 euro in più all’anno per lo stesso consumo.
E il consumo considerato è sempre quello standard: 182 metri cubi annui per una famiglia tipo di tre persone.
Il nodo che non si scioglie: l’acqua che si perde
Il punto più difficile da ignorare è un altro. In Abruzzo si disperde oltre il 55% dell’acqua.
Vuol dire che più della metà dell’acqua immessa nelle reti non arriva mai ai rubinetti. Si perde lungo il percorso, tra tubature vecchie, perdite e infrastrutture che non reggono più.
Il dato nazionale è già alto, attorno al 42%, ma qui si va ben oltre.
In alcune zone la situazione è ancora più evidente. A Chieti si arriva al 70%, all’Aquila quasi al 69%, a Pescara oltre il 54%. Solo Teramo resta sotto il 30%, ma è un’eccezione più che la regola.
E qui nasce una domanda che torna spesso: com’è possibile che i costi aumentino mentre così tanta acqua si perde?
La riforma promessa (e ancora tutta da vedere)
Da tempo si parla di una riorganizzazione del sistema idrico regionale. L’idea è ridurre i gestori, passando da sei ambiti a due, con l’obiettivo di semplificare e rendere più efficiente la gestione.
Sulla carta sembra una svolta. Nella pratica, però, resta ancora una proposta. E chi paga le bollette oggi difficilmente vede effetti immediati.
Perché il problema non è solo organizzativo. È fatto di infrastrutture, investimenti, lavori che richiedono anni.
Il confronto con il resto d’Italia
Guardando fuori dall’Abruzzo, il quadro è ancora più disomogeneo. Ci sono regioni dove si spende molto meno, come il Molise, con circa 274 euro l’anno, anche se lì gli aumenti sono stati ancora più marcati.
All’estremo opposto c’è la Toscana, dove si arriva a 770 euro annui, ma con rincari più contenuti.
Tra le città, il divario è ancora più evidente: si passa dai quasi 1000 euro di Frosinone ai poco più di 200 euro di Milano.
Cosa resta alla fine
La sensazione è quella di un sistema che fatica a tenere insieme tutto. Da una parte le bollette che salgono, dall’altra una rete che perde acqua in quantità difficili da ignorare.
E nel mezzo ci sono le famiglie, che continuano a pagare per un servizio che, almeno nei numeri, sembra avere ancora parecchie crepe.








