Oltre cinquemila ricci di mare sono tornati vivi nelle acque abruzzesi dopo due operazioni notturne contro la pesca di frodo lungo la costa teatina.
Gli interventi della Guardia di Finanza, condotti tra Casalbordino e San Vito Chietino, hanno fermato tre pescatori, portato al sequestro delle attrezzature e permesso di evitare che migliaia di esemplari finissero nel mercato illegale. Una quantità enorme, recuperata appena in tempo e restituita al proprio ambiente naturale.
L’operazione è partita anche grazie alle segnalazioni dei cittadini arrivate al numero 117. Nella notte del 14 giugno, una pattuglia ha raggiunto il litorale di Casalbordino dopo l’avvistamento di un uomo vicino a un veicolo contenente attrezzature da pesca. I finanzieri hanno atteso che uscisse dall’acqua e lo hanno sorpreso con i ricci appena raccolti, pronti per essere trasportati.
Due controlli notturni lungo la costa teatina
Il secondo intervento si è svolto a San Vito Chietino, dove una vedetta della Stazione Navale di Pescara ha individuato un piccolo natante e due sub impegnati nella pesca abusiva. L’uso di una telecamera notturna ha permesso di seguire i loro movimenti e coordinare l’intervento delle pattuglie a terra, evitando che il pescato venisse allontanato o nascosto.
Al termine dei due controlli, tre persone sono state sanzionate per violazioni delle norme sulla pesca subacquea sportiva. Le multe ammontano complessivamente a circa 6.000 euro, mentre le attrezzature utilizzate sono state sequestrate e avviate alla confisca. Il risultato più importante, però, riguarda i circa 5.000 ricci di mare trovati ancora vitali e rimessi immediatamente in acqua.
Perché la pesca illegale dei ricci danneggia il mare
I ricci non sono soltanto una specie ricercata per il consumo alimentare. Hanno un ruolo preciso nell’equilibrio dei fondali e la loro raccolta incontrollata può impoverire rapidamente interi tratti di costa. Prelevare migliaia di esemplari in una sola notte significa sottrarre al mare una parte consistente della popolazione locale, con conseguenze che possono estendersi alla biodiversità marina e alla capacità dell’ecosistema di rigenerarsi.
La Guardia di Finanza parla di un fenomeno che coinvolge spesso pescatori provenienti da altre regioni, dove la cattura dei ricci è vietata o sottoposta a limiti più rigidi. Si tratta di un vero pendolarismo del bracconaggio: persone che raggiungono di notte le coste abruzzesi, soprattutto quelle della provincia di Chieti, per raccogliere grandi quantità di prodotto destinate al mercato nero.
Il rischio non riguarda soltanto l’ambiente
Il commercio illegale dei ricci pone anche un problema di sicurezza alimentare. Gli esemplari raccolti e venduti fuori dai canali autorizzati non vengono sottoposti ai controlli sanitari previsti per i prodotti ittici. Chi li acquista non conosce la provenienza, le condizioni di conservazione o il tempo trascorso dalla raccolta, con possibili rischi per la salute dei consumatori.
In questo caso la rapidità dell’intervento ha cambiato l’esito dell’intera operazione. I ricci erano ancora vivi e hanno potuto riprendere il loro posto sui fondali, mentre le segnalazioni arrivate dai cittadini hanno aiutato i finanzieri a raggiungere i pescatori prima che si allontanassero. La scena di migliaia di esemplari restituiti al mare racconta bene quanto possa pesare un singolo controllo quando territorio e vigilanza riescono a muoversi insieme contro la pesca illegale.








